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L’autismo e i progressi dopo la somministrazione di sangue cordonale

Sette anni fa Olga aspettava due gemelli e prese la decisione di conservare il sangue cordonale. Il parto non fu dei più semplici; alla fine però vennero alla luce Svetlana e Maksim e i medici non rilevarono alcuna anomalia.

Pochi mesi dopo iniziò a risultare evidente che lo sviluppo di Maksim non era del tutto conforme agli standard. Era spesso assai infastidito, piangeva molto, non mangiava come doveva e la notte non dormiva. In un primo momento i medici parlarono di crampi allo stomaco che ostacolavano il processo di metabolizzazione del cibo. Fu intrapresa una terapia, ma il bambino non mostrava segni di reazione. All’età di tre anni gli diagnosticarono un’intolleranza al lattosio. Arrivò così l’alimentazione speciale che apportò effetti benefici immediati alle condizioni del piccolo.

Dall’altro lato, però, insorsero nuovi sintomi che a sua madre facevano ancora più paura. Maksim non aveva ancora imparato a parlare; riconosceva a stento la madre e il padre; non riusciva a concentrarsi e non reagiva al linguaggio. Così Olga descrive la situazione: “Dopo una serie di accertamenti i medici stabilirono una diagnosi preliminare: disturbo dello spettro autistico. Successivamente, all’elenco delle probabili patologie si aggiunsero disartria (disturbo del linguaggio caratterizzato da difetti di articolazione), alalia (assenza della capacità di parlare), ecolalia (ripetizione di sillabe finali di parole pronunciate da altre persone) e difetti cognitivi. In altre parole, tutte patologie inerenti a disturbi di funzioni mentali superiori. Ovviamente, è difficile curare un bambino senza diagnosi concreta; in ogni modo io rispettavo tutte le istruzioni dei medici”.

Maksim si sottoponeva ripetutamente a terapie finalizzate alla stimolazione cerebrale, come micropolarizzazione (terapia con corrente elettrica debole), correzione bioacustica (il paziente ascolta i propri impulsi nervosi trasformati in suono) e anche terapie medicamentose con farmaci psicostimolanti. Nessuna delle suddette terapie apportava però risultati soddisfacenti. Per la famiglia di Maksim non era facile accettare la situazione: “I sintomi dell’autismo erano sempre più evidenti. Mio figlio non comunicava con i propri coetanei; le maestre a scuole non erano in grado di coinvolgerlo nelle attività didattiche; e con mio marito vivevamo continuamente in condizioni di isolamento sociale insieme ai nostri figli”. Per la famiglia era impossibile scampare all’attenzione suscitata nell’ambiente esterno a causa delle speciali esigenze del bambino. Anche un caffè al bar diventava un grosso problema. Alla fine arrivarono addirittura a trasferirsi in una casa unifamiliare, fuori città, lontano dalla gente.

“Ero io personalmente ad occuparmi dell’educazione e dell’istruzione di mio figlio; non ho mai perso però la speranza che un giorno sarebbe potuto guarire e che avremmo potuto trascorrere un’esistenza serena e felice. Ero continuamente alla ricerca di nuove metodologie di cura dell’autismo. Un giorno sui social network trovai un video che parlava di cura dell’autismo tramite il sangue cordonale”, ricorda Olga. Olga aveva capito che il sangue ombelicale conservato al momento del parto avrebbe potuto apportare effetti benefici. Provvide dunque a contattare la banca del sangue cordonale, dove trovò supporto anche nella ricerca di una clinica disposta a somministrare il sangue cordonale al bambino nel giro di qualche settimana. “Eravamo assai nervosi, ma la terapia andò a buon fine e mio figlio si sentiva bene”.

https://parentsguidecordblood.org/en/news/maksims-cord-blood-therapy-autism

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